La morfologia lombarda

Secondo una moderna accezione del termine, la morfologia è l’insieme delle forme assunte dalle parole al variare di fattori come numero, genere, modo, tempo e persona.

In termini più pratici, la morfologia non sarebbe altro che l’insieme delle regole di flessione delle parole, come la coniugazione per i verbi e la declinazione dei nomi o degli aggettivi.

Sebbene vi siano comunque numerosi principi comuni a tutti quanti i suoi diversi dialetti, nel caso del lombardo si è nel tempo sviluppata una significativa differenziazione nella morfologia, tanto che si può tranquillamente considerare l’aspetto che varia maggiormente.

Al fine di non dilungare eccessivamente la trattazione, in questa sede ci limiteremo a considerare essenzialmente i tratti più significativi del lombardo.

Per quanto riguarda la coniugazione dei verbi, una fondamentale caratteristica comune è l’inesistenza di un corrispettivo al perfectum latino, tempo verbale che nella maggior parte delle lingue romanze si è evoluto dando, ad esempio, origine al passato remoto dell’italiano, al passé simple del francese o all’indefinido dello spagnolo.

Secondo alcuni studiosi, un corrispettivo al citato tempo verbale latino sarebbe in realtà esistito, ma decaduto definitivamente per disuso nel Settecento.

Considerando tuttavia che i testi scritti prima del diciottesimo secolo sono in realtà volgari palesemente latineggianti (quindi ben diversi dalla lingua parlata quotidianamente!) e che una distinzione tra passato perfetto e imperfetto non esiste nelle lingue germaniche, è molto più probabile che la perdita di questo tempo verbale sia avvenuta nell’alto medioevo grazie ai nostri avi germanici.

E il fatto che nei testi anteriori al Seicento non vi sia traccia nemmeno delle vocali anteriori arrotondate (le cosiddette “vocali turbate”) convalida ulteriormente questa ipotesi.

Rimanendo sempre nell’ambito delle coniugazioni, altro elemento di comunanza dei vari vernacoli lombardi, con l’eccezione di alcuni meridionali, è l’inesistenza del modo verbale gerundio: per evidenziare la continuità dell’azione, in lombardo centrale e orientale è usata l’espressione “vess adree a” (milanese: “sont adree a mangià”), mentre in lombardo occidentale si utilizza l’espressione “esse ‘n camin che” (torinese: “Anté ch’it ses an camin ch’it vas?”).

Ulteriore peculiarità nella flessione dei verbi riguarda l’imperativo negativo: mentre in italiano si forma con l’infinito del verbo, in tutti i dialetti lombardi si crea aggiungendo la negazione al verbo coniugato all’imperativo (milanese: “fa no inscì!”).

Il secondo interessante punto di analisi morfologica da affrontare è sicuramente dato dalla declinazione dei nomi e degli aggettivi.

Un elemento di notevole interesse a tal riguardo è senza dubbio dato dal genere del plurale: se nel lombardo occidentale, meridionale e orientale esiste, come in italiano o in spagnolo, una netta distinzione tra il plurale maschile e il plurale femminile, nel lombardo centrale e nelle sue aree d’influenza il plurale è sempre privo di genere (italiano: “i Lombardi” – milanese: “i Lombard”, italiano: “le Lombarde” – milanese: “i Lombard”).

Considerato che nelle lingue romanze è presente, oltre che nel lombardo centrale, unicamente nel francese e che è largamente diffusa nelle lingue germaniche, questa peculiarità è sicuramente da considerarsi di origine germanica.

Questa distinzione tra il lombardo centrale e le altre varianti è determinante anche per la formazione del plurale: se, escludendo la perdita della “a” (milanese: “la sciresa” – “i scires”), nel lombardo centrale la maggior parte dei nomi e degli aggettivi rimane generalmente invariata (milanese: “el magatt” – “i magatt”), nelle altre varianti si seguono le regole di flessione tipiche dell’italiano (la “a” diventa “e” mentre la “o” diventa “i”).

Oltre al comune passaggio da -ll a -i (milanese: “cavell” – “cavei”), interessanti eccezioni al precedente principio generico sono il passaggio dal suffisso -in al suffisso -itt nel lombardo centrale (milanese: “el buscin” – “i buscitt”) e il passaggio dal suffisso -t al suffisso -cc nel lombardo orientale (bergamasco: “andat” – “andacc”).

Altro elemento da notare è che, durante lo sviluppo dei vari dialetti lombardi, si è assistito a un generale processo di apocope che ha portato alla perdita, a seconda delle varianti, parziale o totale delle vocali finali atone latine1 con l’unica grossa eccezione della “a”, la vocale del femminile.

Trattandosi di un fenomeno presente anche in altre lingue gallo-romanze, come il francese, l’occitano e il romancio, la perdita delle vocali finali atone può considerarsi una caratteristica di sicura origine celtica.

Sebbene non sia un aspetto che fa strettamente parte della morfologia, va poi evidenziato che un fenomeno, collegato all’apocope, molto presente in alcune varianti del lombardo è la sincope, cioè l’eliminazione di una lettera o di una sillaba all’interno della parola.

Essendo presente nel francese, anche questo fenomeno, diffuso soprattutto nel lombardo occidentale e meridionale (latino: “pilare”, torinese: “plè”), può essere considerato di sicura origine celtica.

Infine, un’ulteriore caratteristica da evidenziare è l’assenza di una distinzione tra pronomi nominativi e accusativi: mentre nella maggior parte delle lingue romanze la detta distinzione è tuttora presente, in lombardo gli originali pronomi nominativi latini sono stati soppiantati da quelli accusativi (latino: “ego sum”, italiano “io sono”, milanese: “mi sont”).

Adalbert Roncari

1 Se l’apocope raggiunge il suo massimo in lombardo centrale, che oltre alla “a” mantiene unicamente la “i” in alcune parole dotte o tecniche (milanese: “offizi”), essa vede il suo minimo nel lombardo orientale, dove a causa della dominazione veneta è possibile trovare anche numerose “o” finali atone (bresciano: “gnaro”).

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La sintassi lombarda

Sebbene complessivamente non si differenzi molto dalle altre lingue romanze, a livello di sintassi, ossia dei modi con cui le parole sono accostate per formulare proposizioni e queste ultime sono collegate per formare periodi, il lombardo ha comunque sviluppato alcune piccole caratteristiche che lo contraddistinguono.

Per quanto riguarda il posizionamento Soggetto Verbo Oggetto, va detto che non si riscontrano grosse differenze: esattamente come in francese, italiano o spagnolo, tutte le varianti del lombardo utilizzano generalmente la tipologia Soggetto Verbo Oggetto (milanese: “mi pacci ona pomma”), con l’unica eccezione dell’utilizzo della tipologia Soggetto Oggetto Verbo (milanese: “mi la toeui”) quando è usato un pronome, direttamente o indirettamente, al posto dell’oggetto.

Discorso diverso va invece condotto su altri punti, come la negazione.

La prima grossa differenza che si nota rispetto alle altre lingue neolatine, tra cui l’italiano, è difatti data dalla posizione della negazione: se nella maggior parte delle lingue romanze la negazione è rimasta preverbale come in latino (italiano: “non mi piace”), in lombardo la negazione è invece sempre postverbale, cioè dopo il verbo o l’ausiliare (milanese: “sont minga andaa”, torinese: “i l’hai nen mangià”, bergamasco: “adess lavore mia”, modenese: “a-n sun mia boun”).

Rimanendo in ambito di negazione, va poi ricordato che in lombardo non è mai ammessa la combinazione di una negazione con un pronome negativo (italiano: “non c’è niente”, milanese: “gh’è nagott”), altra caratteristica presente nelle lingue germaniche.

Particolare elemento distintivo rispetto alle altre lingue romanze, ma diffuso anche nelle altre lingue galloromanze cisalpine (cioè veneto, romagnolo e friulano), è l’utilizzo del pronome personale rafforzativo, noto anche come pronome clitico (milanese: “lee la dis”, torinese: “mi i son”, bergamasco: “noter a’m va”, modenese: “me a son andèe”).

La forma e la presenza di questi pronomi cambiano notevolmente da una variante all’altra: se nel lombardo centrale sono obbligatori solo per la seconda e la terza persona singolare, nel lombardo orientale sono obbligatori anche per la prima e la terza plurale (servono difatti a distinguere le voci verbali con medesima coniugazione), mentre nel lombardo occidentale e in quello meridionale lo sono per tutte quante le persone.

Inoltre va aggiunto che un’interessante particolarità dei pronomi clitici è che, nelle frasi interrogative di alcuni dialetti, il soggetto clitico si sposta dopo il verbo formando una sorta di suffisso (bergamasco: “se dighel?”).

Un’ulteriore caratteristica tipica del lombardo è l’ampio uso del pronome “che” in situazioni del tutto inusuali per il toscano.

Esso è infatti usato sia per rafforzare le espressioni (milanese: “chi che el dis”), sia per esprimere il secondo termine di paragone nelle proposizioni comparative (milanese: “quest liber l’è mei che quell”), sia per supportare alcune proposizioni affermative e interrogative (milanese: “quan che voo via”).

In alcune varianti del lombardo sono poi molto frequenti i verbi seguiti da una preposizione o da un avverbio che ne modifica il significato.

Ad esempio, in milanese il verbo “trà” (tirare, lanciare) può diventare “trà via” (gettare), “trà in pee” (inscenare), “trà insemma” (riunire), “trà ” (vomitare), “trà giò” (buttar giù, demolire), “trà foeura” (rinvigorire).

Essendo presente in lingue germaniche come il tedesco e l’inglese (basti pensare ai celebri “phrasal verbs” inglesi!), anche questo è un altro fenomeno linguistico che abbiamo sicuramente ereditato dai nostri avi germanici.

Sebbene non sia diffusa tra tutti quanti i dialetti, un’altra peculiarità lombarda è infine l’uso dell’articolo determinativo abbinato ai nomi propri di persona (“la Giulia”, “el Carl”), altra caratteristica di possibile origine germanica, considerato che è presente anche nel linguaggio corrente del tedesco.

La presenza nelle varianti del lombardo di fenomeni sintattici tipici delle lingue germaniche, come la citata negazione postverbale, elemento di distinzione nella famiglia linguistica romanza, conferma quindi nuovamente quanto la germanizzazione della nostra terra sia stata determinante nello sviluppo delle nostre lingue.

Vuoi per ignoranza, vuoi per interesse, i massoni ottocenteschi che hanno dato origine all’infausto Regno d’Italia (e in seguito i loro degni eredi, cioè i fascisti) hanno purtroppo minimizzato l’eredità germanica lombarda, esaltando invece all’inverosimile una nostra presunta eredità latina.

Ma naturalmente i problemi non finiscono qui.

Come se non bastasse, l’esasperazione della latinità ha difatti portato i movimenti identitari che si sono sviluppati con gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso a contrapporle un’esaltazione estrema delle nostre radici celtiche, sminuendo sempre la componente germanica della nostra identità.

Ed è proprio questa lunga marginalizzazione che ha subito l’eredità germanica a spingerci a sottolineare il suo ruolo nel contesto lombardo.

Vogliamo infatti ricordare che l’eredità gota e longobarda, assieme a quella celto-ligure, rappresenta uno dei due principali fattori dell’unità etnica dei Lombardi.

Naturalmente, il voler rimarcare la nostra eredità germanica non comporta in alcun caso marginalizzare o sminuire la nostra eredità celtica.

E tanto meno rinnegare la nostra eredità culturale latina.

Altrimenti commetteremmo lo stesso errore di chi ci ha preceduto.

Adalbert Roncari

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Il lessico lombardo

Affrontando una breve trattazione sul lessico lombardo va innanzitutto anticipato che la forza mediatica raggiunta dall’italiano negli ultimi cent’anni ha, purtroppo, condotto a un progressivo abbandono (e a penose sostituzioni con neologismi toscaneggianti) dei molti lemmi lombardi di non immediata intercomprensibilità con l’italiano.

Sebbene l’intensità dell’italianizzazione del lessico sia massima nei dialetti cittadini (come milanese e torinese), si tratta comunque di un preoccupante fenomeno che interessa tutti i dialetti del lombardo, dal modenese al ticinese e dal bresciano al cuneese.

La cosa risulta alquanto spiacevole poiché, oltre ai preponderanti vocaboli di etimologia latina, il lessico lombardo contiene comunque un cospicuo numero di lemmi di origine celtica e germanica e la maggioranza tra i lemmi abbandonati riguarda proprio quest’ultima categoria di parole.

In particolare, bisogna ricordare che la conoscenza di questa categoria di termini è fondamentale per riuscire a comprendere l’etimologia di molti toponimi lombardi.

Quando i romani conquistarono militarmente la Gallia Cisalpina, mantennero difatti la toponomastica che i nostri avi celtici e celto-liguri avevano creato (ad esempio, tutti i toponimi con suffisso in -ate e -ago o in -ask e -aska) o che avevano ripreso dagli etruschi quando li scacciarono dalla bassa pianura padana.

I conquistatori si limitarono quindi a latinizzare la già esistente toponomastica (Medhelan –Mediolanum, Bherg – Bergomum, Mutna – Mutina, Wehr Celt – Vercellae, etc.) e ad attribuire un nome alle poche nuove fondazioni che fecero (Placentia, Julia Taurinorum, Alba Pompeia, etc.).

Con l’insediamento di popolazioni germaniche nell’alto medioevo si aggiunsero infine toponimi di origine gota e longobarda (basti pensare a tutti i toponimi contenenti le parole “fara” e “sala” o derivanti dal termine “gaggio” o terminanti con il suffisso -eng).

Dato che la toponomastica lombarda sarà comunque oggetto di specifica trattazione, chiudiamo ora questa breve ma doverosa parentesi per parlare di lessico in senso stretto.

Come già accennato, il lessico lombardo si basa essenzialmente su quello del latino.

Per la precisione, esso si basa sul lessico del latino volgare che era parlato dai Galli cisalpini: si trattava quindi di una loquela usata quasi esclusivamente nel parlato e che per ovvie esigenze di rapidità di comunicazione aveva un vocabolario semplice ed essenziale.

Purtroppo il soppianto delle lingue celtiche anche a livello di loquela quotidiana fece sì che, ad eccezione della toponomastica, il lessico originario fosse quasi con il tempo interamente sostituito da quello latino.

Difatti, nel lombardo contemporaneo i lemmi di origine celtica sono oramai pochissimi e vengono sempre meno utilizzati: è il caso ad esempio di “arent” (da “renta”, vicino), di “rusca” (da “rusk”, corteccia) o di “bricch” (da “brik”, altura).

Naturalmente il volgare latino appreso dai nostri avi aveva già inglobato numerosi prestiti dal greco (ai tempi era comunque la più importante lingua commerciale) che sono entrati nel lessico lombardo: è il caso ad esempio del celebre “cadrega” (dal greco “kathedra”) e di altri termini come “carottola” (dal greco “karoton”).

Con l’arrivo dei Goti e dei Longobardi, a questa base essenzialmente latina si unirono numerosi nuovi lemmi, che, a differenza di quelli celtici, sono arrivati ai nostri giorni in misura nettamente maggiore.

Abbiamo così vocaboli di origine longobarda come “bicer” (da “bikar”), scossà (da “skauz”) o “stracch” (da “strak”), e di origine gotica come “magatt” (da magaths), “biott” (da “blauths”) o “taccà” (da “thikkjan”).

Come per la maggior parte delle lingue occidentali, durante il resto del medioevo furono introdotte parole tecniche e scientifiche derivanti dall’arabo e parole religiose derivanti dall’ebraico, come “zuccher” (dall’arabo “sukkar”) o “sabbet” (dall’ebraico “sabbath”).

Per vedere un rilevante ampliamento del lessico lombardo bisogna attendere il sedicesimo secolo, quando il fiorentino inizia a imporsi come lingua letteraria e il francese come lingua diplomatica internazionale.

Va inoltre notato che la separazione politica che, a cominciare dal medesimo secolo, ha iniziato ad affliggere i Lombardi comportò, tra le altre cose, anche a differenti sviluppi lessicali dei vari dialetti lombardi.

Se il dominio veneziano non ha praticamente avuto influenza su bergamasco e bresciano, il dominio spagnolo portò invece nel Ducato di Milano una minima quantità di nuovi termini, come “scarligà” (da “escarligar”) o “locch” (da “loco”), che entrò a far parte prima del milanese e successivamente dei dialetti confinanti, mentre il francese influenzava le parlate sotto il dominio sabaudo.

Per questioni principalmente culturali (sviluppo dell’illuminismo), dagli inizi del Settecento alla metà dell’Ottocento la lingua di maggiore influenza per il lombardo rimase comunque il francese, che prestò numerosi lemmi ai nostri vernacoli, come “buscion” (da “bouchon”), “giambon” (da “jambon”) o “rebellott” (da “rebellion”).

In seguito la creazione del Regno d’Italia diede il via alla fortissima italianizzazione che i vari dialetti del lombardo stanno tuttora subendo.

Per carità, l’evoluzione, anche lessicale, di una lingua è ovviamente una cosa normalissima che ha interessato, interessa e interesserà tutte le loquele del mondo.

Nel caso del lombardo riteniamo tuttavia che, più che a un’evoluzione, si stia assistendo a una vera e propria opera di distruzione della lingua per quelli che non sono altro che fini politici: la storia ci insegna infatti che privare un popolo della propria lingua è il primo passo da compiere per distruggerlo.

Ricostruire la nostra identità di Lombardi deve quindi passare anche da un recupero della nostra lingua e, in particolare, da un recupero dei vocaboli lombardi più antichi, ennesima prova della nostra ascendenza celto-germanica.

Adalbert Roncari

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Le ortografie lombarde

Se dal punto di vista della fonetica, cioè dei suoni presenti in una lingua, il lombardo ha mantenuto pressoché inalterate alcune sue caratteristiche distintive (come le vocali anteriori arrotondate), dal punto di vista dell’ortografia, cioè della maniera con cui i suoni sono rappresentati graficamente, la questione è decisamente più complicata.

Prima di parlare a livello tecnico delle varie ortografie che sono state sviluppate per scrivere nei vari dialetti lombardi, riteniamo perciò sia utile fare una piccola introduzione storica alla questione dell’ortografia.

Oltre ad aver favorito la seguente occupazione dei territori lombardi da parte di potenze straniere come Francia, Spagna, Venezia e Austria nell’età moderna, va difatti notato che la frammentazione politica, che ha caratterizzato i Lombardi a cominciare dal dodicesimo secolo, ha avuto significativi risvolti anche sul piano linguistico.

In particolare, il mancato sviluppo di una coscienza nazionale lombarda ha indubbiamente consentito che nel sedicesimo secolo fosse adottato, per il suo prestigio letterario, il fiorentino emendato come lingua ufficiale dei vari stati lombardi dell’epoca.

Sebbene anche i ceti più abbienti abbiano continuato a parlare nel proprio dialetto lombardo almeno fino agli inizi del ventesimo secolo, l’italiano standard ha comunque influenzato i nostri vernacoli, oltre che a livello lessicale, anche su quello ortografico.

L’ortografia toscana, che ha derivato i propri principi dalle regole di pronuncia ecclesiastica del latino, è difatti alla base sia delle ortografie storiche, come la grafia milanese classica e la grafia torinese classica, sia di quelle più recenti, come la grafia milanese moderna, la grafia ticinese, la grafia bergamasca, etc.

Tuttavia, va notato che nel primo caso, cioè quello delle ortografie sviluppatesi tra sedicesimo e diciassettesimo secolo, l’influenza del toscano è stata attenuata dall’introduzione di alcune regole di quella che, oltre ad essere la lingua diplomatica del tempo, era la lingua letteraria più imparentata al lombardo: il francese.

La grafia milanese classica, che trova origine con gli scritti seicenteschi del meneghino Carlo Maria Maggi e affermazione con la poesia settecentesca del sempre milanese Carlo Porta, nacque proprio come compromesso tra quella italiana e quella francese.

Essa unisce infatti regole caratteristiche dell’italiano (che derivano dalla pronuncia ecclesiastica del latino), come la pronuncia di “c” e “g” seguite da “i” ed “e” come consonanti affricate alveolari [tʃ] [dʒ] (città, gera), l’utilizzo del digramma “ci” e “gi” per rappresentare le consonanti appena accennate quando precedono “a”, “o” ed “u” (ciapà, giust), l’uso del digramma “ch” e “gh” per rappresentare le consonanti occlusive velari quando precedono “i” ed “e” (che, ghisa), la rappresentazione della consonante fricativa postalveolare sorda [ʃ] con i grafemi “sc” o “sci” (scior), a elementi tipici dell’ortografia francese, come l’uso del trigramma “oeu” per rappresentare la vocale anteriore semichiusa arrotondata [ø] (coeus) e la vocale anteriore semi-aperta arrotondata [œ] (bloeu), la pronuncia di “u” come vocale anteriore chiusa arrotondata [y] (mur), il raddoppio delle consonanti per indicare che la vocale precedente è aperta e breve.

Naturalmente, oltre ai principi ortografici presi dalle menzionate lingue letterarie, vi sono anche alcune norme particolari dettate da peculiarità fonetiche del milanese, come la rappresentazione della vocale posteriore arrotondata chiusa [u] con la lettera “o” (nazion, vos), la rappresentazione della consonante fricativa postalveolare sonora [ʒ] con i grafemi “sg” o “sgi” (sgenee, ronsgia), la rappresentazione dei complessi consonantici [stʃ] [zdʒ] con i digrammi “s’c” e “s’g” o i trigrammi “s’ci” e “s’gi” (s’cepà, s’giaff), l’uso della “h” per indicare la velarità di “c” e “g” in fine di parola (bianch, classegh).

L’altra ortografia storica lombarda è la grafia torinese classica, meglio nota come koiné piemontese, che ha avuto origine con i celebri “tòni” del Seicento e rappresenta un altro compromesso tra la grafia dell’italiano e quella del francese.

Si differenzia dalla grafia milanese classica per pochissime divergenze, come l’uso del digramma “eu” al posto del trigramma “oeu”, l’uso del simbolo “ë” per rappresentare la vocale centrale media (chërde), l’utilizzo di “n-” per rappresentare la consonante nasale velare intervocalica (lun-a), la pronuncia solamente sonora di “z” (zanziva), nonché l’assenza dei digrammi “sc” e “sg” e dei trigrammi “sci” e “sgi”.

Purtroppo, l’italianizzazione coatta portata avanti prima dal fascismo e poi dalla repubblica, accompagnata dalla sciocca convinzione che i vernacoli lombardi fossero spregevoli linguaggi dialetti da dimenticare per evitare problemi linguistici alle nuove generazioni, ha messo in grave pericolo la sopravvivenza di queste due grafie.

Sebbene siano basate su regole ortografiche comuni al toscano, e quindi relativamente semplici da imparare per un italofono, l’ingenuo proposito di rendere le grafie storiche lombarde più “comprensibili” al Lombardo medio ha condotto molti linguisti da quattro soldi a sviluppare grafie fonetiche (?) ancora più simili al toscano.

Una di queste è la grafia milanese moderna: ideata dal Comitato per il Vocabolario Italiano-Milanese presieduto da Claudio Beretta, questa proposta di riforma avrebbe cercato di risolvere alcune grosse problematiche della grafia classica.

In particolare, sarebbe stato affrontato il problema (?) della “o” della grafia classica: la “o” chiusa milanese è così diventata una “u” come in italiano (vos – vus), mentre “u” e “oeu” sono invece diventate “ü” e “ö” come in tedesco.

Inoltre, essa avrebbe cercato di risolvere anche il problema (?) delle consonanti fricative alveolari rappresentando la sorda [s] con “s” (mezz – mess) e la sonora [z] con “ʃ” (tosa – tuʃa) e quello delle consonanti e vocali doppie mantenendole solo a fine di parola.

Altro esempio di grafia toscaneggiante è quella ticinese, che come la milanese riformata cerca di rendere meno “difficile” il passaggio dall’italiano al lombardo tramite il cambiamento da “o” a “u”, l’utilizzo delle vocali con la dieresi (ü e ö) per rappresentare le vocali anteriori arrotondate e l’abolizione di tutte le consonanti doppie.

Un’ulteriore grafia italofila è quella bergamasca: sviluppata nella prima metà del ventesimo secolo dall’associazione Ducato di Piazza Pontida, differisce dalla ticinese solamente per qualche dettaglio, come l’uso del trattino al posto dell’apostrofo nei digrammi “s’c” e “s’ci” e la pronuncia della “z” sempre come fricativa alveolare sonora (zét).

Un caso particolare è dato invece dalla situazione del parmigiano, del reggiano e del modenese: essendo varianti che si staccano in maniera abbastanza marcata dal resto del lombardo e mancando di una vera e propria letteratura storica, negli ultimi anni sono state proposte numerose grafie (ahinoi tutte imbottite di ridicoli segni diacritici!) per questi dialetti, ma nessuna è riuscita ad affermarsi.

Questa breve panoramica sulle grafie usate per scrivere il lombardo ci fornisce lo spunto per esporre una breve riflessione sul problema dell’ortografia.

Sebbene in alcuni casi sia anche stata concepita in buona fede, l’idea di semplificare l’apprendimento dei vernacoli lombardi sviluppando grafie il più possibile vicine all’italiano in realtà non sembra altro che l’ennesimo tentativo di italianizzazione della nostra cultura.

Anche mettendo da parte questa possibile interpretazione politica, la riforma toscaneggiante delle grafie storiche lombarde non ha comunque senso innanzitutto perché si sarebbe comunque costretti a impararle per leggere letteratura e documenti che per secoli sono stati scritti con quei principi.

Ma se si volesse sorvolare pure su questa non trascurabile inconvenienza pratica, è proprio l’idea di fondo che, in ogni caso, non ha il benché minimo senso.

Dato che il lombardo è una lingua galloromanza completamente indipendente dall’italiano, adattare le sue grafie alle norme italiane per semplificare l’apprendimento a un italofono è, di principio, esattamente come scrivere l’inglese o il francese con le norme del toscano: semplicemente assurdo.

Dovrebbe essere ovvio che, nel momento in cui si vuole imparare un’altra lingua, non bisogna solo impararne la grammatica, il lessico, la sintassi, etc. ma anche le regole ortografiche.

E il lombardo non si sottrae da questo principio.

Adalbert Roncari

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La fonetica lombarda

Dopo aver brevemente esposto le quattro principali varianti del lombardo nonché le loro peculiarità e le loro caratteristiche più importanti a livello filologico, passiamo ora ad analizzare aspetti linguistici un po’ più tecnici.

Per quanto riguarda l’oggetto di questo saggio, cioè la fonetica, va innanzitutto detto che, come per tutte le lingue romanze del resto, i fonemi di base del lombardo sono essenzialmente quelli di origine latina.

Naturalmente la lingua che impararono i nostri avi Celti era un latino semplice, rozzo e che serviva essenzialmente per gestire gli scambi commerciali con gli altri cittadini dell’impero romano.

Il latino si innestò prepotentemente su quello che era sempre un idioma indoeuropeo, ma che possedeva alcuni suoni estranei alla lingua di Cicerone.

Fonemi, come le vocali anteriori arrotondate, che rimasero nel latino parlato dalle classi sociali meno abbienti e che furono in seguito recuperati e rafforzati dalle popolazioni germaniche che invasero l’allora Gallia Cisalpina all’inizio del medioevo.

Non è quindi una mera coincidenza che le vocali anteriori arrotondate, alternativamente note come “vocali turbate”, siano presenti nelle lingue galloromanze, come appunto il lombardo, il francese o l’arpitano, ma non nelle lingue romanze meridionali, come lo spagnolo, il portoghese, l’italiano o il rumeno.

Va però precisato che le vocali anteriori arrotondate non sono presenti in tutte le lingue gallo-romanze: in realtà, solamente nei territori dove la germanizzazione fu talmente forte da riuscire a sostituire quasi completamente le classi dirigenti latinizzate esse sono sopravvissute.

D’altro canto, ciò spiega plausibilmente perché le cosiddette “vocali turbate” non sono presenti in lingue gallo-romanze come l’occitano, il veneto, il friulano e il romagnolo.

Oltre a dimostrare la piena appartenenza del lombardo alla famiglia delle lingue gallo-romanze (il che non è per niente scontato per certi tromboni italiani!), la presenza delle vocali anteriori arrotondate nella maggior parte dei nostri vernacoli rappresenta quindi un segno tangibile della nostra ascendenza celto-germanica.

Le vocali anteriori arrotondate sono tuttavia solamente alcuni dei vari fonemi che distinguono nettamente il lombardo dall’italiano standard anche a livello fonetico.

Difatti, la quasi totalità dei dialetti lombardi differisce dal toscano per l’assenza della consonante laterale palatale [ʎ], della consonante affricata alveolare sonora [dz] e della consonante affricata alveolare sorda [ts]1.

Significative differenze rispetto alla lingua di Dante sono inoltre presenti tra i quattro principali gruppi di dialetti lombardi: con l’intento di fornire unicamente un quadro generale ai meno esperti in linguistica, le evidenziamo ora brevemente.

Il lombardo centrale si distingue dall’italiano standard per la presenza della vocale anteriore chiusa arrotondata [y], della vocale anteriore semichiusa arrotondata [ø], della vocale anteriore semi-aperta arrotondata [œ] e della consonante fricativa postalveolare sonora [ʒ].

Se la presenza del fonema [ʎ] nel milanese cittadino è da considerarsi un toscanismo ottocentesco, la sopravvivenza solamente nei dialetti di montagna e collina (ossolano, ticinese, bosino, comasco, lecchese, valtellinese) della consonante affricata alveolare sorda [ts] così come della vocale posteriore semi-chiusa arrotondata [o] rappresentano una probabile eredità germanica.

Il lombardo occidentale invece differisce dal toscano, oltre che per la vocale anteriore chiusa arrotondata [y] e per la vocale anteriore semichiusa arrotondata [ø], anche per la presenza della vocale centrale media [ə].

Come nel lombardo centrale di pianura è assente la vocale posteriore semi-chiusa arrotondata [o], mentre per quanto riguarda le consonanti è assente, oltre alle già citate inizialmente [ʎ] [dz] [ts], la consonante fricativa postalveolare sorda [ʃ].

Il caso del lombardo meridionale è un po’ particolare perché, a livello di vocali, la zona centro-orientale (Parma e Modena) si differenzia notevolmente dal resto dei dialetti lombardi: da una parte non sono infatti presenti le vocali anteriori arrotondate, dall’altra sono presenti vocali assenti in tutti gli altri dialetti lombardi, come la vocale posteriore aperta arrotondata [ɒ], la vocale quasi posteriore quasi chiusa arrotondata [ʊ], la vocale quasi anteriore quasi chiusa non arrotondata [ɪ] e la vocale anteriore quasi aperta non arrotondata [æ].

Passando alle consonanti è necessario notare che la consonante laterale palatale [ʎ] è assente a Piacenza e a Cremona mentre la consonante fricativa postalveolare sorda [ʃ] è assente in tutti i dialetti, così come le consonanti affricate alveolari [dz] [ts].

Il lombardo orientale si distingue dall’italiano standard, oltre che per le vocali anteriori arrotondate [y] [ø], anche per la presenza, solamente nei dialetti di montagna, della transizione glottidale sorda [h], possibile eredità retica.

Come per il piemontese, sono invece assenti la consonante laterale palatale [ʎ], le consonanti affricate alveolari [dz] [ts] e la consonante fricativa postalveolare sorda [ʃ].

Ovviamente, oltre a quelli illustrati in questo piccolo saggio, vi sono numerosi altri fonemi presenti in alcune varianti locali, come ad esempio le consonanti affricate alveolopalatali [tɕ] [dʑ] di derivazione romancia dei dialetti parlati in Val Leventina, ma elencarli esula dall’obiettivo di fornire un quadro generale della situazione fonetica del lombardo.

Adalbert Roncari

1 Per chi non conoscesse l’alfabeto IPA, segue una piccola legenda dei fonemi presenti nell’articolo.

- vocale anteriore chiusa arrotondata [y]: tedesco für / milanese mur
- vocale anteriore semichiusa arrotondata [ø]: tedesco schön / milanese roeus
- vocale anteriore semi-aperta arrotondata [œ]: tedesco Hölle / milanese bloeu
- vocale anteriore quasi aperta non arrotondata [æ]: inglese fat / modenese Sëccia
- vocale quasi anteriore quasi chiusa non arrotondata [ɪ]: tedesco bitte / modenese gé
- vocale centrale media [ə]: tedesco haben / torinese chërde
- vocale posteriore aperta arrotondata [ɒ]: inglese lot / modenese dönna
- vocale quasi posteriore quasi chiusa arrotondata [ʊ]: tedesco Druck / modenese fó

- transizione glottidale sorda [h]: tedesco Haus / camuno semper
- consonante laterale palatale [ʎ]: italiano foglia
- consonante fricativa postalveolare sonora [ʒ]: francese jour / milanese partasg
- consonante fricativa postalveolare sorda [ʃ]: italiano scena / milanese scernì
- consonante affricata alveolare sonora [dz]: italiano mezzo
- consonante affricata alveolare sorda [ts]: italiano pazzo

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Le lingue lombarde

Dopo aver tracciato velocemente un quadro d’insieme sulla situazione geolinguistica della Lombardia, è ora giunto il momento di approfondire ulteriormente la nostra disamina andando ad analizzare dettagliatamente le loquele lombarde.

Come evidenzia chiaramente la cartina sopra riportata, possiamo individuare quattro essenziali gruppi di varianti del lombardo: centrale, occidentale, meridionale e orientale.

Il lombardo centrale è sicuramente la variante con il maggior numero di locutori (stimabili attorno ai quattro milioni) e forse quella con la maggiore estensione territoriale.

Nonostante la presenza di tre differenti sostrati (insubrico, lepontico e retico) e la relativamente ampia diffusione, è caratterizzato da una notevole intercomprensibilità, che va naturalmente ricondotta alla forte egemonia politica, religiosa e culturale di Milano.

È inoltre interessante notare che, confinando con l’alemanno a nord e con le altre tre loquele lombarde sugli altri punti cardinali, il lombardo centrale è la variante che ha subito meno influenze linguistiche straniere, e conseguentemente quella considerabile più vicina all’originaria koiné lombarda parlata durante il medioevo.

La seconda variante più parlata è il lombardo meridionale (circa tre milioni di parlanti) e probabilmente la maggiore a livello di estensione territoriale.

I dialetti meridionali hanno un discreto sostrato celtico grazie ai celebri Boi e variano sensibilmente lungo lo scorrere del Po al punto che dialetti come il piacentino e vogherese sono molto più simili ai dialetti del lombardo centrale che non ad altri vernacoli meridionali.

Va inoltre osservato che, a parte la zona occidentale, il resto dei dialetti meridionali è privo delle vocali turbate, probabile segno di scarsa penetrazione germanica durante il medioevo.

Nonostante il ridottissimo territorio di diffusione, la terza variante per parlanti è il lombardo orientale (due milioni abbondanti). La ragione va ricercata nel fatto che Bergamo e Brescia erano territori relativamente poveri rispetto al resto della Lombardia e ciò ha consentito loro di ritrovarsi con le percentuali di popolazione straniera più basse.

Sebbene vi siano due importanti e differenti sostrati (orobico a Bergamo e cenomane/camuno a Brescia) i due dialetti sono piuttosto simili e facilmente intercomprensibili.

Sebbene si siano perse le vocali lunghe di derivazione germaniche (influenza del veneto?), a livello fonetico entrambi i dialetti tendono ad aprire notevolmente le vocali (come il milanese d’altronde) e a far svanire parecchie consonanti (sopra a tutte “v” e “n”).

Grazie alle numerose ondate di italiani immigrati a Torino e dintorni fino agli anni ’80, la variante con il minor numero di parlanti resta quella occidentale (poco più di un milione e mezzo).

I dialetti occidentali hanno indubbiamente un importante sostrato celto-ligure cui si è aggiunta una consistente influenza provenzale per via dei legami politici che i Conti di Savoia crearono espandendo il loro dominio nell’alta pianura padana.

Caratteristiche che uniscono il cosiddetto piemontese sono indubbiamente la famosa vocale centrale media (tradizionalmente scritta con il grafema ë), l’uso della negazione di derivazione francese “pà” e la tendenza ad eliminare le vocali atone.

Dopo questa sintesi estrema sulle varianti del lombardo passiamo ora ad analizzare alcune problematiche di rilevanza non trascurabile.

Quasi paradossalmente, il primo problema che affrontiamo si può riscontrare addirittura nel titolo di questo breve saggio. Scrivendo “lingue lombarde” abbiamo infatti volutamente evidenziare il primo dilemma che ci si trova ad affrontare: il lombardo è una lingua è un gruppo di lingue?

Dato che esistono diverse definizioni di “lingua”, per rispondere alla domanda bisogna prima capire cosa s’intende per lingua.

Se assumiamo una definizione di lingua usata fino a qualche decennio fa, ossia “loquela ben codificata e di affermato prestigio con una letteratura storica propria”, non si potrebbe sicuramente parlare di lingua lombarda, ma si dovrebbe parlare di lingua milanese e di lingua torinese.

Sebbene sia ancora adottata dai retrogradi linguisti italiani, la detta definizione è oggettivamente molto difficile da applicare nonché poco significativa, al punto da essersi meritata il famoso aforisma: “una lingua è un dialetto che possiede un esercito, una marina ed un’aviazione”.

Oltre a quella esposta, vi sono ulteriori definizioni di lingua, ma dato che esporle tutte esula dagli obiettivi della presente trattazione, forniamo quella che, a nostro avviso, è la più sensata, cioè “insieme di loquele mutualmente intercomprensibili”.

Certo, anche questa definizione non manca certo di soggettività se consideriamo che l’intercomprensibilità varia in base al livello di preparazione culturale dei parlanti, ma è chiaro che se prendiamo il parlante medio, non ci saranno sicuramente grandi discussioni nel sostenere che, secondo questa definizione, sarebbe meglio parlare di lingue lombarde e non di lingua lombarda.

Più precisamente, potremmo dire che il lombardo non è altro che un gruppo di quattro lingue (lombardo centrale, lombardo orientale, lombardo meridionale e lombardo occidentale) con media intercomprensibilità.

A complicare la situazione linguistica del gruppo lombardo vi è però un’altra importante questione: la presenza di numerosi dialetti di transizione.

Fatta eccezione per il confine tra Bergamo e Como, è difatti quasi impossibile trovare una netta separazione tra una lingua lombarda e un’altra.

E l’esistenza di questo continuum linguistico non fa altro che rafforzare l’evidenza che, sebbene abbiano subito diverse influenze linguistiche, i Lombardi hanno tuttora vernacoli decisamente simili e di conseguenza siano ancora in possesso dei requisiti per ridiventare una Nazione.

D’altronde, non è sicuramente irragionevole ipotizzare che se non si fosse verificata una secolare frammentazione politica, ora ci ritroveremmo un panorama linguistico decisamente più omogeneo (paragonabile alla vera Francia).

Chiaramente, ci sarebbero numerose evidenze empiriche che affrancano ulteriormente il concetto di Lombardia che adottiamo, ma preferiamo riprendere il problema dell’adozione di una koiné lombarda.

La presenza di quattro lingue lombarde potrebbe effettivamente far ritenere opportuna l’adozione di una koiné per ogni lingua lombarda.

Tuttavia, la presenza di numerosi dialetti di transizione e la difficoltà nel determinare una koiné per lombardo orientale e meridionale ci porta a considerare questa opzione come meno ottimale rispetto all’adozione di una koiné unica.

Anche perché, oltre al rischio di fomentare pericolosi campanilismi, diverrebbe quasi sicuramente una grande complicazione a livello politico, giuridico, economico e culturale.

Adalbert Roncari

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La situazione geolinguistica

Dopo aver tracciato un semplice quadro introduttivo sulla questione linguistica lombarda, procediamo ora all’approfondimento tracciando un’essenziale analisi delle lingue attualmente parlate in Lombardia.

Premettiamo che, dal punto di vista accademico, le ricerche effettuate sulle suddette lingue risentono indubbiamente dei numerosi filtri di valore politico che il sistema italiano sviluppa per cercare di sotterrare l’identità lombarda e delle altre popolazioni cisalpine.

D’altronde, non si crederà certamente che sia una semplice coincidenza che gli unici “professori” di linguistica che spacciano il lombardo come romanzo orientale siano quelli della penisola a forma di stivale?

Ma lasciando da parte le ragionevoli critiche che si potrebbero porgere ai ridicoli linguisti italiani, entriamo nella più interessante trattazione tecnica delineando una visione d’insieme della situazione geolinguistica della Lombardia.

Naturalmente, la principale lingua autoctona parlata in Lombardia è il lombardo; lingua che appartiene alla grande famiglia linguistica delle lingue romanze, ossia lingue sviluppatasi dal latino volgare che si era diffuso in molte parti dell’immenso impero romano.

Per la precisione, il lombardo fa parte della sottofamiglia delle lingue romanze occidentali, la quale comprende a sua volta il gruppo iberoromanzo e il gruppo galloromanzo. Quest’ultimo è infine suddiviso in sottogruppo settentrionale, sottogruppo occitano e sottogruppo cisalpino (sottogruppo cui il lombardo appartiene).

Giusto per chiarire le idee a chi è poco ferrato in linguistica, ricordiamo a questo punto che l’italiano standard è una variante del toscano, lingua appartenente alla sottofamiglia orientale, la quale comprende il gruppo italoromanzo e il gruppo balcanoromanzo.

Tale precisazione è da considerarsi doverosa perché moltissimi lombardi sono tuttora convinti (ovviamente per via della disinformazione portata avanti dallo stato colonizzatore italiano) che la propria lingua sia un dialetto dell’italiano.

Ma come sarebbe possibile ciò se i due idiomi in realtà non fanno neppure parte della medesima sottofamiglia?

In verità, è sufficiente possedere un minimo senso critico per intuire che pure la linguistica sia stata strumentalizzata per cercare di legittimare uno stato senza Nazione come la Repubblica Italiana.

Chiusa la parentesi sui rapporti tra il toscano e il lombardo, cerchiamo ora di definire lo sviluppo storico e, successivamente, l’estensione della lingua lombarda.

Durante i secoli della dominazione romana, le popolazioni celtiche che occupavano il bacino imbrifero padano appresero lentamente il latino che veniva quotidianamente parlato dai commercianti e dai legionari.

In seguito, l’invasione longobarda (in misura minore quella gota) arricchì lo scadente latino che parlavano i nostri avi con nuove forme lessicali, sintattiche, grammaticali e fonetiche che, nel giro di qualche secolo, diedero origine alla primitiva lingua lombarda.

A livello scientifico, si usa perciò dire che il lombardo è una lingua romanza con sostrato celtico e superstrato longobardo.

Non ci vuole molto a intuire che la definizione linguistica di lombardo è strettamente collegata alla definizione etnica di Lombardi: popolazioni di origine celtica su cui si è innestata una forte componente gota e longobarda.

Queste due definizioni fondamentali ci consentono di delineare precisamente i confini linguistici della Lombardia: piemontese, insubrico, orobico, cenomane, emiliano sono infatti gli unici idiomi romanzi con sostrato celtico e superstrato longobardo e, di conseguenza, gli idiomi da considerarsi lombardi.

Possiamo perciò rispondere ad alcune delle ingenue domande che spesso riceviamo: perché la Liguria non è Lombardia? perché la Romagna non è Lombardia? perché Bologna e Ferrara non sono Lombardia? perché la Lunigiana non è Lombardia?

Oltre al fatto che il sostrato celtico è presente solo nella lingua ligure e non nell’etnia ligure, bisogna ricordarsi che la Liguria è stata sì conquistata (tardivamente) dai Longobardi, ma il clima avverso alla popolazione germanica fece in modo che non vi furono insediamenti dei medesimi in tale territorio. Non essendoci sostrato etnico celtico e mancando totalmente il superstrato longobardo, il ligure non può in nessun caso essere considerato lombardo.

Per quanto riguarda invece la Romagna, sanno anche i polli che deve il suo stesso nome al non essere stata mai conquistata dai Longobardi. Mancando completamente il superstrato longobardo anche il romagnolo non può quindi essere considerato lombardo.

A differenza della vicina Romagna, il Bolognese e il Ferrarese furono sì conquistati da Liutprando nel 727, ma rimasero sotto il dominio longobardo per talmente poco tempo (nemmeno cinquant’anni) da non consentire l’innesto di un superstrato longobardo.

La Lunigiana ha invece ricevuto un considerevole apporto longobardo sia a livello etnico che linguistico, ma non ha il sostrato etnico celtico (problema speculare alla Romagna). Per tale ragione la vallata apuana non può essere parte della Lombardia.

Chi ha visionato attentamente le nostre cartine avrà certamente intuito che la Lombardia geopolitica che proponiamo non coincide esattamente con la Lombardia linguistica.

In effetti, durante lo studio effettuato in questi anni, si è ritenuto opportuno inglobare nella Lombardia alcuni territori popolati da minoranze linguistiche che per questioni storiche, geografiche o culturali starebbero meglio con noi.

Per la precisione, le minoranze linguistiche che, previa loro approvazione, dovrebbero appartenere a un ipotetico stato lombardo sono le seguenti.

- Le sette vallate provenzali delle Alpi occidentali: sebbene non siano state occupate dai Longobardi e siano linguisticamente provenzali, le valli occitane possono per ragioni storiche e geografiche essere parti della Lombardia.

- Le vallate franco-provenzali delle Alpi occidentali: sebbene non siano state occupate dai Longobardi e siano linguisticamente franco-provenzali, le valli arpitane possono per ragioni storiche e geografiche essere parti della Lombardia.

- La fascia ligure al di sopra dello spartiacque appenninico: nonostante parlino dialetti di transizione tra lombardo e ligure, la fascia ligure può per ragioni storiche, geografiche e culturali essere parte della Lombardia.

- Le comunità walser delle Alpi Lepontine: sebbene siano etnicamente, linguisticamente e culturalmente differenti, le comunità walser della Valsesia e dell’Ossola possono per ragioni geografiche essere parte della Lombardia.

Fermo restando che tutte le quattro minoranze etno-linguistiche elencate godrebbero delle opportune forme di tutela necessarie a una giusta autodeterminazione, dovrebbe risultare ovvio come l’appartenenza all’ipotetico stato lombardo rappresenti anche una questione di “comodità” delle minoranze stesse.

Non ci vuole infatti un enorme sforzo logico per intuire che per un abitante di Lanzo è infatti più comodo e meno dispendioso stare sotto la giurisdizione di Torino che sotto quella di Chambéry.

Discorso che vale anche per le altre tre minoranze linguistiche.

Adalbert Roncari

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